Non si arresta la battaglia dei familiari di Moussa Diarra, il giovane di origine maliana ucciso il 20 ottobre 2024 davanti alla stazione di Verona Porta Nuova. Dopo che, lo scorso novembre, la Procura di Verona ha presentato richiesta di archiviazione dell’inchiesta, ritenendo configurabile la legittima difesa da parte dell’agente di polizia indagato, la famiglia ha deciso di reagire formalmente. Sostenuti dal comitato “Verità e Giustizia per Moussa Diarra”, i legali hanno depositato un atto di opposizione al gip, chiedendo di non chiudere il procedimento.
Al centro dell’opposizione vi è una critica netta al modo in cui sono state condotte le indagini. Secondo la difesa, l’attività investigativa sarebbe stata fin dalle prime ore orientata a confermare la versione fornita dal poliziotto, senza garantire quella imparzialità necessaria in un caso così delicato. I familiari ritengono che diverse piste alternative non siano state adeguatamente esplorate e che vi siano lacune investigative significative.
Uno dei punti più contestati riguarda l’uso dell’arma da fuoco. La Procura ha ritenuto inevitabile il ricorso alla pistola, ma per i legali della famiglia questa conclusione non sarebbe supportata da una valutazione completa del contesto. In particolare, viene sottolineato come l’agente, pur essendo abilitato e formalmente comandato all’uso del taser, abbia scelto di intervenire senza portare con sé né il dispositivo a impulsi elettrici né lo sfollagente.
Secondo l’opposizione, questa scelta rappresenterebbe una grave negligenza e imprudenza, perché avrebbe privato l’operatore di strumenti non letali potenzialmente in grado di neutralizzare la situazione senza ricorrere a un esito fatale. La spiegazione fornita dall’agente, secondo cui il recupero del taser avrebbe richiesto troppo tempo, viene ritenuta poco credibile dai difensori, che ricordano come gli agenti fossero stati preallertati della presenza del giovane circa venti minuti prima dei fatti, attraverso una chat di servizio.
Altro nodo centrale è la ricostruzione della dinamica dello scontro tramite le immagini di videosorveglianza. La tesi della Procura descrive il poliziotto come “spalle al muro” e privo di alternative. Tuttavia, l’analisi dei fotogrammi effettuata dalla difesa propone una versione diversa: alle spalle dell’agente ci sarebbe stato spazio sufficiente per arretrare o allontanarsi, come peraltro avevano fatto poco prima alcuni agenti della polizia locale presenti nella zona.
I legali sollevano dubbi anche sulla tempistica dell’intervento. L’intera interazione, dalla comparsa di Moussa Diarra fino alla sua caduta a terra, sarebbe durata appena sette secondi. Secondo l’opposizione, in un lasso di tempo così ridotto sarebbe stato materialmente impossibile compiere tutte le valutazioni, gli avvertimenti verbali e le decisioni operative dichiarate dall’agente nella sua versione dei fatti.
Un ulteriore elemento di discussione riguarda la reale pericolosità del coltello impugnato dal giovane. Il comitato e i legali descrivono l’oggetto come una comune posata da tavola con manico in plastica, sottolineando come non sia mai stata svolta una verifica tecnica sulla sua effettiva capacità di perforare le divise in dotazione alla polizia. Anche questo aspetto, secondo la famiglia, sarebbe stato sottovalutato nelle indagini preliminari.
L’opposizione richiama infine l’attenzione sulla personalità dell’agente indagato, citando la sua presenza in informative relative ad altri procedimenti per presunti maltrattamenti e facendo riferimento a commenti sprezzanti emersi da chat WhatsApp. Elementi che, a giudizio dei legali, avrebbero dovuto spingere la Procura ad approfondire lo stato psicofisico e il livello di lucidità dell’operatore al momento dell’intervento.
Per tutte queste ragioni, è stato chiesto al giudice per le indagini preliminari di respingere la richiesta di archiviazione e disporre nuovi supplementi investigativi. Tra le richieste figurano l’acquisizione integrale delle comunicazioni radio, ulteriori analisi tecniche sui video e verifiche su una possibile manomissione delle immagini.
Il comitato “Verità e Giustizia per Moussa Diarra” ribadisce che l’obiettivo non è la vendetta, ma un processo equo e trasparente, capace di fare piena luce su quanto accaduto. Una battaglia che, secondo i familiari, riguarda non solo la memoria di Moussa, ma anche la responsabilità collettiva di prevenire tragedie simili in futuro.
Photo Credits: Gruppo FB verità e giustizia per moussa diarra