Con l’approdo in Parlamento del disegno di legge promosso dalla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, la figura del caregiver familiare riceve per la prima volta una cornice normativa nazionale. Un passaggio definito da molti come storico, destinato a cambiare il volto del welfare italiano e a incidere in modo diretto anche su oltre 60mila cittadini veronesi, coinvolti quotidianamente nell’assistenza non retribuita di familiari non autosufficienti.
Il testo di legge introduce una definizione giuridica del ruolo, e prevede una serie di sostegni economici mensili, tra i 400 e i 500 euro per i caregiver conviventi, a partire dal 2027. A livello nazionale, si parla di uno stanziamento iniziale di 200 milioni di euro, destinato ad aumentare fino a 250 milioni negli anni successivi. I contributi saranno differenziati in base al tipo di convivenza e all’impegno orario, cercando di adeguare il sostegno alla reale mole di assistenza svolta.
Il Veneto è tra le regioni più interessate dal provvedimento, con una stima di 400-500mila caregiver attivi. Verona, da sola, ne conta circa 60mila. Ma se da un lato la legge viene accolta con soddisfazione da parte di alcuni attivisti e politici locali, non mancano le critiche sul fronte delle risorse e della portata concreta della riforma.
Tra le voci più dure c’è quella di Alessandra Corradi, presidente dell’associazione veronese Genitori Tosti Ats e referente nazionale della rete Cfu – Caregiver Familiari Uniti, che rappresenta circa 15mila persone in Italia. Corradi sottolinea come i fondi previsti siano insufficienti per far fronte alla realtà quotidiana dei caregiver, spesso impegnati 24 ore su 24 e costretti a rinunciare al lavoro e a una vita sociale. La preoccupazione maggiore è che una legge così com’è formulata rischi di cristallizzare un sistema iniquo: «Si parte da troppo poco. Servirebbe il riconoscimento pieno del caregiver come lavoratore, con diritti a pensione, ferie e malattia», spiega.
Il 27 gennaio, il movimento da lei rappresentato porterà a Roma una proposta di legge alternativa, con una conferenza stampa a Montecitorio e un presidio in piazza dei Santi Apostoli. Obiettivo: ottenere modifiche al testo per garantire un sostegno reale e continuativo, specie a chi si occupa h24 di familiari gravi, spesso donne, soggette anche a un impatto di disparità di genere sul piano lavorativo ed economico.
Di tutt’altro tenore la posizione di Laura Bocchi, madre di un bambino con autismo non verbale e responsabile del Dipartimento Disabilità della Lega Veneta. Per lei, la norma rappresenta «un punto di svolta epocale», perché per la prima volta lo Stato riconosce ufficialmente un lavoro invisibile ma essenziale. Bocchi evidenzia come il provvedimento distingua tra i diversi tipi di assistenza, sottolineando che chi si prende cura di un familiare 24 ore al giorno vive una condizione completamente diversa da chi presta poche ore settimanali ai genitori anziani.
Pur ammettendo che il cammino è ancora lungo, Bocchi invita alla cautela nelle critiche: «Per anni siamo stati dimenticati. Oggi c’è finalmente una base su cui costruire. Le polemiche rischiano di indebolire un passo avanti atteso da decenni».
Il dibattito a Verona riflette quello nazionale: tra chi saluta con favore un primo riconoscimento e chi teme che la norma resti insufficiente, soprattutto se non accompagnata da ulteriori correttivi. Intanto, per migliaia di famiglie, il solo fatto di essere finalmente considerate rappresenta già un cambiamento non secondario.