Morte di Moussa, le difese si oppongono all’archiviazione e chiedono nuovi accertamenti

Udienza tra un mese davanti al gip Livia Magri: i legali dei familiari di Moussa Diarra sollecitano ulteriori indagini sull’uso del taser e sulla condotta dell’agente

Si terrà tra un mese davanti al gip Livia Magri l’udienza sulla morte di Moussa Diarra, il giovane di origine maliana ucciso la mattina del 20 ottobre di due anni fa sul marciapiede esterno della stazione ferroviaria, dopo essere stato colpito da un agente della Polfer. I legali che rappresentano i familiari della vittima si oppongono alla richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero Maria Diletta Schiaffino e chiedono nuovi accertamenti o, in alternativa, l’imputazione coatta per omicidio colposo dell’agente indagato.

Le difese, affidate agli avvocati Malavolta, Campostrini, Anselmo e Galeone, hanno depositato una memoria di circa cinquanta pagine nella quale contestano la ricostruzione che ha portato la Procura a ritenere legittimo l’operato del poliziotto che esplose tre colpi di taser, uno dei quali avrebbe raggiunto Diarra al petto, causandone la morte. Al centro della richiesta vi sono nuove indagini, l’acquisizione di ulteriori video, dei registri di utilizzo del taser e di tutta la documentazione relativa alla gestione dell’intervento.

Secondo i legali dei familiari, particolare attenzione dovrebbe essere posta proprio sul dispositivo elettrico utilizzato dall’agente. Viene sottolineato come, quella mattina, l’operatore avrebbe dovuto avere con sé specifici registri e strumenti di controllo, la cui presenza e gestione andrebbero ora chiarite. Le difese chiedono inoltre di verificare chi abbia scaricato e inoltrato i filmati delle telecamere di sorveglianza, che, stando agli atti, sarebbero stati condivisi tra gli agenti presenti in servizio tramite una chat WhatsApp prima dell’interrogatorio dell’indagato.

Nella ricostruzione alternativa proposta, i legali richiamano anche le fasi precedenti all’intervento della Polfer. Sarebbe stata infatti una pattuglia della Polizia Locale a intercettare per prima Moussa Diarra durante la notte, dopo che l’uomo avrebbe minacciato gli agenti con un coltello. Proprio per questo, i vigili urbani, prima di mettersi alla sua ricerca, si sarebbero dotati di un equipaggiamento adeguato, circostanza che, secondo le difese, non si sarebbe verificata nel caso dell’agente indagato e del collega intervenuti successivamente.

Gli avvocati sostengono inoltre che l’agente non si trovasse in una condizione di inevitabile pericolo, poiché avrebbe avuto la possibilità di arretrare o spostarsi, mentre il collega, indossando i guanti, avrebbe mostrato l’intenzione di disarmare Diarra. Elementi che, secondo la tesi difensiva, configurerebbero un comportamento negligente da parte del poliziotto che ha fatto uso del taser.

Alla giudice per le indagini preliminari viene quindi chiesto di disporre ulteriori approfondimenti investigativi, ritenuti necessari per chiarire in modo completo la dinamica dei fatti, oppure di respingere la richiesta di archiviazione e ordinare l’imputazione. Sarà ora il gip Livia Magri a valutare se accogliere le istanze delle difese o confermare la linea della Procura, in un procedimento che continua a sollevare interrogativi sulla gestione dell’intervento e sull’uso degli strumenti di coercizione da parte delle forze dell’ordine.

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