La condanna a 141 anni di carcere per 11 ex manager e dirigenti di Miteni, Mitsubishi e Icig si fonda su un’accusa chiara: l’azienda sapeva di inquinare, ma non fermò mai la produzione per non rinunciare ai guadagni. È quanto emerge dalle oltre 2.000 pagine di motivazioni depositate dalla Corte d’Assise di Vicenza, che ha emesso la sentenza il 26 giugno scorso dopo 134 udienze e anni di istruttoria.
Al centro della decisione c’è la consapevolezza, da parte degli imputati, della pericolosità dei Pfas almeno dal 2009, ben prima che le autorità come Arpav rilevassero la contaminazione nel 2013. La Corte, presieduta da Antonella Crea, ha sposato integralmente la ricostruzione della procura, con i pm Paolo Fietta e Hans Roderich Blattner, disponendo anche risarcimenti multimilionari per i danni ambientali.
I reati contestati erano sei: avvelenamento doloso delle acque, disastro doloso innominato, gestione illecita di rifiuti (poi prescritta), inquinamento ambientale, illecito amministrativo e bancarotta fraudolenta. Le condanne più alte sono andate agli ex dirigenti europei e giapponesi delle società coinvolte: fino a 17 anni e 6 mesi per alcuni imputati. In quattro sono stati assolti.
Secondo i giudici, la scelta di continuare a produrre Pfas, e successivamente le molecole GenX e C6O4, rappresenta un chiaro caso di dolo eventuale: l’azienda accettò il rischio di inquinare, decidendo consapevolmente di non adottare misure preventive. Una scelta, sottolinea la Corte, dettata da una logica di convenienza economica, che evitava i costi elevati di bonifica e messa in sicurezza del sito di Trissino.
Il principio di precauzione, secondo la sentenza, venne completamente ignorato. Anche senza una normativa specifica sui Pfas all’epoca dei fatti, la responsabilità ambientale imponeva comunque l’obbligo di evitare l’immissione di sostanze pericolose nell’ambiente. Non si trattò, dunque, di negligenza, ma di una decisione aziendale deliberata, aggravata da un “sistematico occultamento” delle informazioni fornite a enti di controllo e autorità.
La produzione delle nuove molecole GenX e C6O4, avvenuta in un sito già compromesso, dimostra per i giudici un’aggravante ulteriore. Queste attività non furono marginali o sperimentali, ma parte di una strategia industriale strutturata, che ha prolungato e amplificato l’inquinamento in corso. Le ricadute ambientali e sanitarie, infatti, sono ancora oggi oggetto di studi e preoccupazione pubblica.
Il disastro ambientale, secondo la Corte, ha raggiunto il suo culmine nel 2013, ma gli effetti si sono protratti e continuano tutt’ora, colpendo in particolare le falde acquifere delle province di Vicenza, Padova e Verona. L’area contaminata interessa centinaia di migliaia di cittadini, con potenziali ripercussioni sulla salute che emergono progressivamente.
Le difese degli imputati, rappresentate da numerosi avvocati, hanno contestato duramente le conclusioni della Corte, ritenendo che mancasse la prova della piena consapevolezza dei danni ambientali da parte degli ex dirigenti. Hanno già annunciato ricorso in appello alla Corte di Venezia, aprendo così un nuovo capitolo giudiziario in una vicenda destinata a far scuola nel diritto ambientale italiano.
La sentenza prevede inoltre l’obbligo di procedere, laddove possibile, al recupero e al ripristino dello stato dei luoghi. Un intervento che, secondo stime non ufficiali, potrebbe richiedere investimenti per centinaia di milioni di euro, aggravando ulteriormente il peso economico di una delle peggiori crisi ambientali della storia industriale italiana.