Un uomo di 66 anni è stato condannato, tramite patteggiamento, per anni di violenze fisiche e verbali in ambito familiare legate a comportamenti discriminatori per l’orientamento sessuale, con fatti avvenuti tra il 2018 e il settembre 2023. La decisione è stata assunta dal gup Paola Vacca, che ha accolto l’accordo tra accusa e difesa, prevedendo la sostituzione della pena detentiva con 1.084 ore di lavori di pubblica utilità, alla luce del percorso di recupero intrapreso dall’imputato.
Il procedimento ha riguardato ripetuti episodi di maltrattamenti ai danni del figlio dell’ex moglie, nato da una precedente relazione, e della donna stessa. Le condotte contestate includono insulti a sfondo omofobo, minacce di morte e aggressioni, maturate in un contesto familiare segnato da abuso di alcol e conflittualità costante. Secondo l’imputazione, l’uomo offendeva quotidianamente il giovane per il suo orientamento sessuale, usando termini dispregiativi come «zecca» e arrivando a minacciarlo con frasi come «ti uccido durante la notte».
Accanto alla violenza verbale, si sono verificati episodi di violenza fisica. Nel 2020, l’uomo avrebbe afferrato il ragazzo per le braccia e per la maglia, spingendolo contro una ringhiera nel tentativo di farlo cadere nella tromba delle scale. In quell’occasione, la donna intervenne in difesa del figlio e rimase coinvolta. Nel 2021, nonostante l’intervento dei carabinieri chiamati dal giovane, le offese non cessarono, con frasi come «devi vergognarti, tuo padre doveva ammazzarti quando eri piccolo».
La situazione è peggiorata nel 2023. A febbraio, una discussione degenerò in un’aggressione alla donna, spinta contro il muro e colpita con una testata perché, secondo l’accusa, si era intromessa in un confronto tra l’uomo e il padre. Anche in quell’occasione, il giovane intervenne in sua difesa e l’uomo reiterò espressioni di disprezzo legate all’orientamento sessuale del ragazzo. Il culmine è stato raggiunto a settembre, quando, dopo aver bevuto, l’imputato afferrò il giovane per i capelli e gli fece sbattere la testa contro un termosifone e sui gradini delle scale, come riportato negli atti.
Dopo quell’episodio, la donna chiamò nuovamente le forze dell’ordine. L’uomo lasciò l’abitazione, ma tornò poco dopo tentando di forzare la porta, danneggiando la veranda e urlando minacce: «Vergognati. Mi fai schifo tu e tuo figlio». Nei giorni successivi, furono disposti l’allontanamento dalla casa e il divieto di avvicinamento, provvedimenti che l’uomo non rispettò. Nel maggio 2024 finì in carcere, quindi ai domiciliari in agosto e, a novembre, acconsentì all’applicazione del braccialetto elettronico, poi revocato al termine dell’udienza.
Nel corso del procedimento, l’imputato, difeso dall’avvocato Marcella Mazzeo, ha dichiarato di aver interrotto l’abuso di alcol, concluso un percorso psicologico e risarcito le persone offese. In considerazione del ravvedimento, la pena di due anni è stata convertita in lavori di pubblica utilità, con l’obbligo di svolgere volontariato per oltre mille ore. Il caso si inserisce nel quadro più ampio dei reati di maltrattamenti in famiglia e delle condotte discriminatorie, per i quali l’ordinamento prevede misure cautelari, percorsi di recupero e sanzioni alternative in presenza di specifici presupposti.