Negli ultimi otto mesi del 2024, gli interventi di soccorso in montagna per escursionisti illesi hanno generato costi pubblici vicini al milione di euro. Un dato che solleva preoccupazione all’interno della sanità veneta, impegnata con il Suem 118 in missioni che, troppo spesso, non riguardano vere emergenze sanitarie, ma semplici casi di disorientamento, affaticamento o maltempo.
La spesa più consistente deriva dagli interventi aerei, effettuati con elicotteri dotati di tecnologie avanzate e personale specializzato. Ogni minuto di volo costa circa 90 euro, e in caso di missioni complesse si arriva facilmente al tetto massimo di 7.500 euro per soccorso. A ciò si aggiungono le operazioni via terra, effettuate in collaborazione con il Corpo nazionale di soccorso alpino e speleologico (Cnsas), che richiedono fino a 1.500 euro per ogni intervento complesso.
Dal gennaio ad agosto 2024, il totale delle fatture inviate per “emergenze non sanitarie” ammonta a circa 800.000 euro, di cui 22.000 relativi agli interventi terrestri. Tuttavia, soltanto poco più del 50% degli importi viene effettivamente recuperato dalla Regione. I tentativi di riscossione sono ostacolati da procedure lunghe e ricorsi, aggravati dal fatto che circa il 65% delle persone soccorse sono turisti stranieri, spesso irreperibili o non facilmente rintracciabili.
L’attuale sistema di rimborso si basa su una delibera regionale risalente a quasi 15 anni fa, che prevede un “ticket” di 500 euro per gli interventi su feriti durante attività a rischio, come alpinismo, speleologia, parapendio o motociclismo in ambienti impervi. Per gli escursionisti illesi, però, l’intero costo dell’intervento può essere addebitato.
Secondo Paolo Rosi, direttore del Suem regionale, serve una revisione delle regole e una maggiore responsabilizzazione degli utenti della montagna. Le escursioni, sempre più frequenti soprattutto dopo la pandemia, coinvolgono spesso persone non preparate, senza esperienza e con equipaggiamento inadeguato. «Molti interventi si potrebbero evitare con un minimo di formazione e consapevolezza», sottolinea anche Alberto Corà, responsabile del Soccorso alpino veronese, che ha già coordinato quasi 80 missioni solo nel 2024. A livello regionale, il 40% dei soccorsi è destinato a persone illese.
Per prevenire simili situazioni, cresce l’appello alla stipula di assicurazioni individuali, una misura già inclusa per i soci del Club Alpino Italiano (Cai). Tuttavia, il presidente della sezione veronese del Cai, Alessandro Camagna, ribadisce che «non servono divieti o obblighi», ma piuttosto un percorso educativo che promuova la cultura della montagna e la conoscenza dei rischi. «Le richieste per i nostri corsi superano le disponibilità, segno che qualcosa si sta muovendo, ma la strada è ancora lunga», osserva.
L’obiettivo resta duplice: ridurre gli interventi inutili e alleggerire il carico economico sul sistema sanitario pubblico, sempre più impegnato anche nella gestione delle “emergenze” che tali non sono. Nel frattempo, il Suem continua a volare sulle montagne venete, garantendo soccorso a tutti, ma con l’esigenza crescente di recuperare le risorse spese per chi affronta la montagna con leggerezza e senza preparazione.