L’aumento delle temperature e la diminuzione delle precipitazioni negli ultimi anni hanno portato a un prolungamento della stagione dei pollini. Questo rappresenta una cattiva notizia per chi soffre di allergie, che si trova costretto a convivere più a lungo con sintomi come congiuntivite, rinite e asma.
La situazione è particolarmente preoccupante in Veneto, come dimostrato da uno studio pubblicato recentemente sulla rivista scientifica Atmospheric Environment. La ricerca è stata condotta da un team dell’Università di Verona guidato da Alessandro Marcon e comprende il lavoro di Sofia Tagliaferro, dottoranda e prima autrice dello studio, insieme a Pierpaolo Marchetti e Morena Nicolis.
Lo studio ha coinvolto anche altri enti, tra cui l’Arpav del Veneto, con la partecipazione di Francesco Domenichini del Centro meteorologico di Teolo e Damaris Selle dell’Ufficio pollini di Belluno, oltre all’azienda Arianet di Milano, specializzata in sistemi previsionali e ricerca sugli inquinanti atmosferici. Il progetto è stato finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi PNRR, con il supporto del ministero dell’Università e della Ricerca.
Una ricerca approfondita sugli effetti dei cambiamenti ambientali
L’analisi, realizzata nell’ambito del progetto Meetout, si è focalizzata su nove tipologie di pollini rilevanti per le allergie in Veneto. I dati, raccolti da 20 stazioni di monitoraggio tra il 2001 e il 2022, coprono una vasta gamma di piante, tra cui Corylacee come il nocciolo e il carpino, Cupressacee come il cipresso, Graminacee come il frumento, Oleacee come l’olivo e il frassino, e Urticacee come l’ortica e la parietaria. Per altre specie, come ontano, betulla, ambrosia e artemisia, i dati coprono il periodo dal 2006 al 2022.
Risultati preoccupanti per la salute pubblica
“I risultati evidenziano un prolungamento della stagione pollinica e un aumento del carico di pollini nell’atmosfera, soprattutto nelle aree di pianura del Veneto”, spiega Sofia Tagliaferro. Tra i dati più allarmanti, emerge un incremento significativo dei pollini di Graminacee, una tendenza che si discosta da quanto osservato nel resto d’Europa e che potrebbe riflettere una gestione insufficiente delle aree verdi.
Per quanto riguarda gli alberi, è significativo anche l’aumento dei pollini di Oleacee, con un volume di polline quasi triplicato negli ultimi 15 anni. Anche altre specie mostrano incrementi rilevanti: le concentrazioni di pollini stagionali di Cupressacee sono aumentate del 129%, mentre quelle di Corylacee del 165%. Questi risultati sono in linea con studi condotti in altre nazioni europee e indicano chiaramente l’impatto dei cambiamenti climatici.
Nelle aree pianeggianti del Veneto, la temperatura media è aumentata di circa 1 grado centigrado negli ultimi due decenni, mentre nelle zone alpine l’incremento è stato di 2 gradi. Questo aumento, unito alla riduzione delle precipitazioni, è particolarmente evidente negli ultimi cinque anni e ha contribuito all’estensione delle stagioni polliniche.
Strategie per affrontare la sfida delle allergie
Il gruppo di ricerca ha osservato che le stagioni dei pollini tendono a iniziare prima e a durare più a lungo, soprattutto nelle zone subcontinentali del Veneto. “Questi cambiamenti rappresentano un rischio crescente per chi soffre di allergie”, avverte Alessandro Marcon. Per affrontare efficacemente questa sfida, è essenziale implementare misure di mitigazione e adattamento, con particolare attenzione all’esposizione ai pollini.
Tra le soluzioni più promettenti, si sta sviluppando un sistema di previsione a breve termine dei pollini, simile alle previsioni meteo, che potrebbe essere integrato in applicazioni per smartphone. Sebbene esistano già diverse app che forniscono queste informazioni, la ricerca è in continua evoluzione per migliorare l’accuratezza delle previsioni.
Il progetto Meetout mira anche a comprendere come i pollini e il PM10 interagiscano nell’atmosfera e se la loro combinazione possa generare situazioni di alto rischio per i pazienti con malattie respiratorie croniche, creando anche una forte pressione sul sistema sanitario regionale.